venerdì 25 maggio 2012

Spagna Francia Grecia I LAVORATORI DICONO NO AI PARTITI DELLE BANCHE E IN ITALIA?

Redazione
 
Le recenti elezioni in Grecia, Francia (e alla fine del 2011 in Spagna) e le amministrative italiane ci consegnano un dato emblematico. Mentre in generale la crisi e le politiche di austerity, il taglio delle pensioni e dei servizi sociali, la disoccupazione e la cancellazione dei diritti del lavoro determinano in quei paesi un avanzamento dei partiti di sinistra (e di estrema destra) - in Grecia Syriza (dal 4% al 16%) e KKE totalizzano circa il 25%, in Francia il neonato Front de Gauche di Melanchon l’11% (NPA e Lutte Ouvrière vengono praticamente cancellati), in Spagna Izquierda Unida sfiora il 7% - in Italia la sinistra non ferma il proprio declino e a beneficiare di questa situazione è Beppe Grillo. Il dato più significativo è quello di Genova, dove la Federazione della Sinistra, rispetto alle comunali del 2007 passa da 22mila a 5 mila voti, mentre alle regionali del 2010 (circoscrizione di Genova) aveva 15mila voti e il 3,82%. 
A Palermo, la città più importante andata alle urne dopo Genova, si riproduce il modello Napoli, e Rifondazione e altre forze, riunite nella lista Sinistra ed Ecologisti, totalizza 12709 voti, pari al 4,77%, perché agganciate a un candidato che tira. Il PD nel capoluogo ligure in cinque anni passa da 88 a 55mila voti, a Palermo da 33 a circa 20mila voti. A Genova SEL si ferma al 5% (in parte per la vicinanza della lista civica del candidato di sinistra Doria), a Palermo la lista per Ferrandelli con Vendola poco più del 2%. Il Movimento Cinque Stelle a Genova è il secondo partito, col 14% e ha rischiato di andare al ballottaggio, anche sull’onda degli scandali Lusi e Belsito e della preziosa campagna pubblicitaria di Napolitano, Vendola ecc. contro il ‘populismo’. I partitini comunistissimi raccolgono appena qualche manciata di voti. Le dichiarazionidel segretario di Rifondazione Ferrero, che definisce i risultati del suo partito ‘in linea con quelli di Melanchon in Francia e di SIRYZA in Grecia’ sono la dimostrazione di come i gruppi dirigenti della sinistra italiana considerino gli elettori e i propri iscritti dei perfetti beoti. In realtà chiunque sappia leggere e fare le quattro operazioni è perfettamente in grado di capire che questi risultati, tenendo conto anche dell’astensionismo (a Genova si passa dal 61,7% al 55,2% di partecipazione), confermano la curva discendente di una sinistra considerata inutile dai settori sociali su cui la BCE e il governo Monti stanno scaricando il peso della crisi attraverso i tagli, l’attacco all’articolo 18, l’innalzamento dell’età pensionabile e l’aumento della imposte indirette.

Questo vuoto politico a sinistra ripropone in modo pressante l’alternativa tra l’accanimento terapeutico e la necessità di costituire un nuovo soggetto politico. Una discussione che del resto è partita già da alcuni mesi. Da una parte il Movimento No Debito, guidato da Giorgio Cremaschi, dall’altra ALBA (Alleanza La-voro Beni Comuni Ambiente), il contenitore nato intorno a Il Manifesto, intellettuali (Revelli, Gallino, Ginsborg), movimenti, dirigenti sindacali (al raduno del 28 aprile a Firenze erano presenti il leader della sinistra CGIL Rinaldini e il segretario nazionale della FIOM Airaudo). Più radicale il primo e con una posizione chiaramente alternativa sia al centrodestra che al centrosinistra, ma con una base sociale più limitata; più possibilista rispetto al centrosinistra il secondo, con maggiore visibilità mediatica e maggiori collegamenti alle grandi organizzazioni e una base sociale potenzialmente più ampia, ma ancora tutta da definire. Aldilà delle valutazioni di linea politica l’aspetto più significativo di questa discussione è che, per la prima volta dalla nascita di Rifondazione, all’inizio degli anni ’90, in Italia si riprende a parlare della costituzione di un nuovo partito di sinistra di dimensioni significative che non nasca da una scissione, ma sia il frutto un tentativo di ricomposizione. Una discussione che registra ovviamente, in misura diversa, tutti i limiti connaturati al fatto di essere espressione di una sinistra politica e sociale in crisi e collocata in un quadro in cui, nonostante Monti, non si sviluppa una reazione sociale diffusa. Si tratta tuttavia di un fenomeno interessante, perché è una sorta di barometro politico, da cui trarre alcune indicazioni utili per il futuro e che è in grado di attirare l’attenzione di migliaia di militanti orfani della sinistra e di qualche settore nuovo in fase di avvicinamento alla politica.

Qui però si ripropone il solito problema e cioè su quale base sia possibile costruire un soggetto politico di sinistra, uscendo fuori dalla logica dell’assemblaggio di gruppi dirigenti, circoli intellettuali e vari pezzi di burocrazia politica, sindacale e di movimento. L’unica strada praticabile è quella di un programma di contrasto alle politiche europee e di Monti, a partire dalla messa in discussione del pagamento del debito, come base per una convergenza di soggetti sociali e politici e di comuni lavoratori, attivisti, studenti. Un metodo che rappresenta il capovolgimento di quanto i partiti della sinistra ci hanno insegnato in questi anni. Non si tratta di mettere insieme pacchetti di voti necessari al raggiungimento della cosiddetta massa critica necessaria a entrare in Parlamento o nei consigli comunali e regionali (una prospettiva peraltro spesso illusoria, Sinistra Arcobaleno docet) e poi di adattare i programmi alla bisogna, per cercare di non scontentare nessuno dei soci. Al contrario si tratta di partire da un’agenda condivisa e selezionare su questa base gli interlocutori interessati a sostenerla in tutte le sedi. Dunque un patto serio che assicuri un’opposizione di sinistra a tutti quei governi, nazionali e locali, che tagliano la spesa sociale, liberalizzano il trasporto pubblico, chiudono gli ospedali e gli asili e un’opposizione di sinistra, nei posti di lavoro, alla politica delle grandi organizzazioni sindacali che in questi mesi hanno tollerato, pur con qualche mal di pancia, l’aggressione alle pensioni, all’articolo 18 e agli ammortizzatori sociali. La possibilità di un’implosione e di una scomposizione del quadro politico nazionale - più probabile dopo le prossime elezioni politiche - potrebbe liberare forze e risorse interessanti da investire in una discussione finalizzata a questo approdo. Un’operazione ambizio-sa e difficile, ma anche l’unica possibile se non vogliamo rimanere impantanati in una situazione in cui, all’aggressione sempre più violenta dei ceti popolari, fa riscontro una sconcertante assenza di una forza politica in grado di rappresentarli e, in mancanza di una soluzione a questo problema, rischia di lasciare campo anche da noi all’estrema destra.

Il ciclone Grillo si alimenta più di una retorica antipartiti che di un vero e proprio progetto antisistema. Ed esprime il paradosso di un movimento fondato sul-l’autorità di un guru, che critica il sistema antidemocratico di quei partiti (ma censura le interviste rilasciate dai suoi candi-dati sindaci). Tuttavia il suo successo evidenzia uno spazio politico praticabile da una forza antisistema, autonoma da centrosinistra, centrodestra e centro, che si proponga di fare politica, anche nelle istituzioni, senza farsi assimilare nel sistema marcescente dei partiti. Proprio ciò che la sinistra italiana ha deciso di non fare. Un nuovo soggetto politico di sinistra dovrebbe ricavarne una lezione.

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